Orbital, che viaggio.
📰 21 Grammi di Turismo.
Ciao, oggi condivido una riflessione sulla comunicazione turistica (o racconto, o scrittura, o narrazione, o come ti pare).
E tutto parte da un libro.
Se avevi quella strana sensazione che si avverte quando qualcosa è cambiato ma proprio non capisci cosa, forse è perché non stai ricevendo questa newsletter il giovedì mattina.
È passato un po’ dall’ultimo numero e forse anche questa è un’uscita estemporanea, però ne approfitto per dare il benvenuto a chi si è iscritto mentre non ho pubblicato.
Raccontare il turismo
Credo che nella frase in grassetto che hai appena letto, e spesso usata da chi lavora in questo settore, si annidino dei problemi. Raccontare il turismo; potrei averlo detto anch’io più volte, non me ne sorprenderei.
Questo breve numero nasce dal fatto che la mitizzazione del viaggio, che in un modo o nell’altro mi sembra sia il modo prevalente di raccontarlo, ha prosciugato molto del mio entusiasmo.
Riflettevo sul fatto che l’espressione raccontare il turismo è diventata una pentola con delle narrazioni ricorrenti: alcune sono ancorate al fenomeno economico (qui il turismo è soprattutto un prodotto da vendere, oppure ci sono le startup che sembra vogliano salvare il mondo); altre sono legate a polarizzazioni idealizzanti o distruttive (il turismo è manna dei popoli o pericolo assoluto); e poi quelle che nutrono l’ego di autori o intervistati (alcuni piuttosto ipertrofici).
Mi sono chiesto, oggi si può ancora raccontare un luogo in modo neutro? Ci sono i margini per farlo?
E ancora, se sì:
Come raccontarlo bene?
Come mantenere il giusto equilibro?
Oppure, forse non esiste più il viaggio ma solo un’industria del viaggio e alla fin fine tutto ruota intorno a questo?
Poi ho letto un libro. È un libro maestoso. Non parla di turismo e non racconta il viaggio, eppure è tra i più grandi libri di viaggio mai scritti.
Orbital di Samantha Harvey attraversa la vita di sei astronauti (anzi quattro astronauti e due cosmonauti) sulla stazione spaziale internazionale. Mentre racconta dello spazio ti fa innamorare della Terra.
Quella sfera perfetta e un po’ inclinata vista dall’alto è feroce, indifferente, volubile, sorprendente. Quindi bellissima. Il nostro pianeta viene descritto in ogni possibile sfumatura.
Allo stesso modo inquadra le sei persone che abitano la stazione spaziale. Ne osserva la speranza, lo spaesamento, il senso di grandezza e di nullità , la pervicace tenacia e il desiderio di lasciarsi galleggiare nel vuoto, la voglia di tornare a casa e la sensazione che non esista una casa migliore di quella nave che compie 16 orbite al giorno intorno alla Terra.
Ok, la penna di Samantha Harvey è inarrivabile (penna, che metafora vecchia) ma penso sia la visione alla quale dovremmo tendere per raccontare un luogo: riuscire a mostrare le sue increspature. La sua complessità .
Ricordare che una destinazione turistica è innanzitutto un luogo.
E del viaggiatore dovremmo riuscire a esprimere i sentimenti contraddittori; descrivere con uno sguardo neutro, quindi più dirompente, gli spazi che attraversa o dove si ferma.
Ho trovato la voce narrante del libro indifferente ma empatica; non giudicante eppure coinvolta. E mi sono chiesto: ci potremmo provare? Così raccontare il turismo diventerebbe una conseguenza, non l’essenziale, non l’obiettivo.
Se ti va, fammi sapere cosa ne pensi (e se l’hai letto, anche di Orbital ).
Grazie per aver partecipato al sondaggio.
Nello scorso numero ormai lontano di questa newsletter ho pubblicato un sondaggio. Ho già ringraziato tutti in modo diretto (spero di non essermi perso nessuno), ma lo ripeto anche qui: grazie.
Il bello di un sondaggio è che ti dice subito se quello che scrivi piace o meno; la parte più triste è che ti fa capire quanto sia impossibile accontentare tutti, tra desideri in contrapposizione e richieste in antitesi.
Ci vediamo.


"Ci vediamo", spero presto, di nuovo.
Sono domande che mi pongo, mi è piaciuto tantissimo e spero di leggerti presto...