Una lista di troppo.
📰 21 Grammi di Turismo.
Sia ben chiaro: non ho nulla contro le liste. Sono una persona che segna le cose. Non tutte. Perlopiù scrivo delle note, ma ho anche una lista che si chiama: «cosa mi dà fastidio». È un elenco in evoluzione. Cresce. Ma delicatamente. Non straborda perché segno solo delle irrazionali idiosincrasie.
Ma c’è lista e lista.
Magari quest’introduzione ha creato incertezza, quindi meglio dirlo: il tema del numero è la comunicazione turistica.
Pochi giorni fa ho letto un prologo di Charlie, la newsletter del Post dedicata ai giornali, che parlava delle liste.
Ecco un estratto:
«C’è un diabolico format che torna ciclicamente nella produzione giornalistica: la lista. Le cinque cose che, i dieci posti più, i migliori venti, otto cose che non, dieci modi per, eccetera. Ebbe già suoi larghi usi sulle riviste della fine del secolo scorso, con contenuti più o meno frivoli e di scarsa scientificità. Fece poi le fortune iniziali […] del sito BuzzFeed […].
Oggi il format è molto usato da influencer e account social in cerca di facili curiosità, ma sta purtroppo venendo recuperato anche da giornali autorevoli: il “purtroppo” si riferisce al fatto che liste e classifiche hanno raramente un fondamento giornalistico di qualche validità, ma derivano da giudizi arbitrari e improvvisati […]».
Il concetto espresso dal Post è ineccepibile, così com’è incontrovertibile che il turismo è un settore ad alta intensità di liste. Elenchi su elenchi, efficaci a livello comunicativo, ma con il difetto di esprimere una visione parcellizzata e schematica dei luoghi.
Secondo quale criterio sono indicate le cinque piazze più belle di Cassano delle Murge, le sette esperienze da fare a Cassano d’Adda, o i tre eventi dell’anno a Cassano Irpino?
Ne capisco la logica se si vuole avere traffico e visualizzazioni, ma questa arbitrarietà venduta per certezza rischia di non essere un buon servizio di comunicazione turistica.
E allora, mi pare che questo sia proprio il momento buono per scrivere una lista:
Se si è la voce ufficiale di una destinazione;
Se si vuol creare un po’ di consapevolezza nei potenziali turisti;
Se si vogliono mostrare tutti i gradienti che un posto può regalare.
Meglio pensarci bene prima di usarle. Se proprio c’è l’esigenza di scriverne una, sarebbe giusto dichiarare la soggettività di quell’elenco. Sembra poco, ma fa una gran differenza.
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La Route 66 compie cent’anni.
Lasciati andare e pensa a un viaggio in auto. Pensa alla persona con la quale vuoi alternarti alla guida. Pensa a pompe di benzina che appaiono come miraggi, strade assolate e tavole calde. Ecco che ha già preso forma nella tua mente. Quella strada compie cent’anni e per l’occasione è uscito un libro che la celebra.
Il tracciato di 3.940 km oggi sopravvive con il nome di Historic Route 66, sostituito da cinque autostrade (così mi dice Wikipedia).
L’autore del libro ricorda che per la maggior parte è meno affascinante di come la sogniamo: quella dell’immaginario è tra New Mexico, Arizona e California.
La Route 66 è importante perché è un’idea di viaggio che si è imposta grazie alla letteratura. Se Jack Kerouac con On the road l’ha consacrata e l’ha resa il simbolo della Beat generation, Furore di John Steinbeck l’aveva già impressa nell’immaginario (è da un po’ nella mia lista dei libri da leggere, sì ho anche questa lista, ma non la seguo alla lettera perché mi piacciono le deviazioni), però il colpo definitivo l’ha piantato un film: Easy Rider.
Che la fama dei reel sia effimera mentre quella dell’arte viene scolpita nella memoria?
(Ti lascio con un doppio finale, la versione più cupa: forse arte e letteratura non incidono più l’immaginario e hanno lasciato il posto alle liste online pret a manger).
Ciao.

