Tra colli e vette interiori: perché camminiamo?
📰 21 Grammi di Turismo.
Al mattino presto me ne stavo su un terrazzamento affacciato sui Colli Euganei, sparsi come grandi protuberanze sotto lo sguardo.
Le colline che punteggiano il territorio sono figlie dell’attività geotermica della zona: pare che in un tempo lontano fossero degli atolli vulcanici, imprigionati dalla pianura una volta scomparso l’oceano. Poi, ma quel poi è stato all’incirca 40 milioni di anni fa, il magma è salito fino alla superficie e si è solidificato.
Oggi i Colli Euganei sono un parco regionale che comprende quindici comuni; nei due giorni di trekking le suole hanno calpestato un terreno sempre diverso: sabbia, breccia bianca, pietraia, terra fine e asfalto.
Siamo partiti da Arquà Petrarca e per arrivare all’inizio del sentiero abbiamo attraversato il paesino dove ha trascorso gli ultimi anni di vita il poeta: curatissimo e ordinatissimo. Da questi superlativi assoluti avrai capito che mi è suonato un campanellino.
Quelle stradine erano affascinanti, ma mi sono chiesto se la competizione tra paesi per essere il borgo più bello, oltre a quello che sta dando non stia anche togliendo qualcosa.
Sono stati giorni di primavera distratti, di quelli che si credono estate e cuociono la pelle.
Nei tratti in cui eravamo su strada abbiamo costeggiato un paio di ristoranti con gente benvestita e dei belvedere con motocilisti in sosta, e alla faccia nostra sembravano tutti asciutti e riposati.
Le cime non superavano i 600 metri, ma i saliscendi tra un colle e l’altro erano piuttosto ripidi.
Ai tratti irti delle colline si alternavano momenti pianeggianti che permettevano alle gambe di alleggerirsi e alla testa di elaborare: sono sempre più convinto che siano due le categorie principali di chi esce in ambiente, come mi hanno insegnato a dire nel corso Cai: chi vuole la montagna e chi cammina per trovare qualcosa dentro di sé.
E tra questi due punti ci sono tante tacche intermedie: chi se non arriva in vetta non è contento, chi vive in modo totalizzante ogni passione, chi dice che camminando riesce a centrarsi, chi vuole passeggiare nella natura, e chi vuole stare in compagnia.
Ho l’impressione che chi cammina riporti l’esperienza a un aspetto personale: le vesciche ai piedi raccontante con misticismo, il senso di non farcela e riuscire a superare quella sensazione, la capacità di centrare la propria mente; ma anche l’aspetto sociale e le persone meravigliose che incontrano in cammino (e il me cinico si chiede se tutto il meglio del mondo si sia messo a camminare).
Il punto di vista dell’accompagnatore Cai con il quale ho parlato, invece, mi sembrava rivolto all’esterno: l’ambiente montano diventava quasi neutro, e le difficoltà erano descritte in modo tecnico.
Con buona approssimazione chi esce con un gruppo di trekking non si sente un turista, ma sappiamo che oggigiorno siamo tutti turisti, e che uno smottamento turistico lo genera anche chi non si sente tale.
Ho pensato che chi si occupa di raccontare un territorio ai camminatori deve saper parlare a persone che possono sembrare tutte con la stessa motivazione, ma hanno ragioni, spinte, obiettivi e competenze tecniche diverse.
Passo dopo passo abbiamo incrociato appassionati di mountain bike, visto ragazzi arrampicarsi sulla roccia, attraversato un tratto più tecnico con una catena per assistere la salita, siamo stati raggiunti dal suono di una campana che ci ha inseguiti ogni quarto d’ora fino a quando non l’abbiamo seminata, e tagliato attraverso vigneti.
Vigneti su vigneti. Belli e suggestivi, ma come sempre poche cose sono nette: qual è il limite al quale possiamo sottoporre il nostro territorio senza farlo diventare una monocultura? Non è semplice, da un lato c’è l’aspetto economico, dall’altro i problemi che derivano dal rendere vaste porzioni di territorio una piantagione.
La notte l’abbiamo trascorsa in una casa di comunità nel mezzo del parco.
Al bis di risotto asparagi e pancetta mi sono detto che la vita è difficile per i vegetariani che amano andare su e giù per le montagne. Per i vegani penso siano salti mortali.
La casa di comunità è gestita da una cooperativa. Ezio, la persona che ha cucinato, non si è definito un cuoco ma solo un appassionato, avanti a un brodo di giuggiole mi ha raccontato che la cooperativa organizza anche attività per i bambini della zona: campi estivi e attività pratiche a contatto con la natura. Ma soprattutto si occupano dell’inserimento lavorativo di ragazzi con difficoltà, sono circa 45, molti si occupano dello sfalcio dell’erba, tre ragazzi con autismo lavorano nella loro cantina vinicola. Questo è un volto di quelle attività che si integrano con il turismo e riescono a restituire valore alla collettività.
Al mattino presto me ne stavo sul terrazzamento della casa di comunità, affacciato sui Colli Euganei: l’aria era già tiepida e facevo stretching al sole prima della colazione e di un altro giorno in cammino.
Ciao.
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